Nell’ottobre 2008, in Islanda i tre principali istituti bancari fallirono nel giro di pochi giorni. La crisi non fu causata soltanto da uno shock esterno: un’espansione accelerata, sostenuta da finanziamenti internazionali e da un’elevata esposizione all’indebitamento, rese gli istituti vulnerabili quando i mercati smisero di concedere prestiti. Il caso di Icesave, il marchio di risparmio online di Landsbanki nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, trasformò quella fragilità in una disputa su depositi, garanzie e responsabilità pubbliche.
Un sistema bancario cresciuto oltre le dimensioni del Paese
Dopo la privatizzazione e la deregolamentazione del settore all’inizio del secolo, Kaupthing, Landsbanki e Glitnir ampliarono le proprie attività dentro e fuori dall’Islanda. Oltre a concedere credito sul mercato nazionale, cercarono finanziamenti all’estero e raccolsero depositi internazionali. Secondo i dati riportati da Rankia, nel 2008 le attività delle tre banche arrivarono a superare di undici volte il prodotto interno lordo islandese. Questo confronto illustra il divario tra le dimensioni degli istituti e la capacità di sostegno di una piccola economia.
Finché il credito globale continuò a circolare, gli istituti poterono rifinanziare i propri obblighi e proseguire l’espansione. Tuttavia, dipendevano dalla persistente disponibilità dei mercati del debito e dei finanziamenti a breve termine. Quando la crisi finanziaria internazionale rese più rigide queste condizioni, l’accesso al credito si contrasse e le banche non riuscirono a sostenere lo stesso ritmo di finanziamento. Il fallimento di Lehman Brothers nel settembre 2008 aggravò la tensione sui mercati, anche se gli squilibri islandesi si erano accumulati in precedenza.
Il collasso e la risposta di emergenza
La crisi precipitò a ottobre. Il governo annunciò misure riguardanti Glitnir e, nei giorni successivi, le autorità intervennero su Landsbanki e Kaupthing in base a una legge di emergenza. Invece di salvare le tre banche nella loro interezza, l’Islanda ne permise il fallimento e riorganizzò parte delle loro attività. Il Paese impose inoltre controlli sui capitali per contenere i deflussi di valuta e stabilizzare la situazione finanziaria.
La decisione non evitò una recessione né fece scomparire i costi per la popolazione. Il servizio di BBC News Mundo descrive un forte calo dell’attività economica e una pronunciata svalutazione della corona islandese; sottolinea inoltre che la ripresa successiva non cancella l’impatto iniziale sull’occupazione e sull’economia. Il caso, quindi, non dimostra che lasciare fallire le banche sia una formula applicabile in qualsiasi Paese: le dimensioni degli obblighi, la struttura del sistema finanziario e gli strumenti disponibili condizionano le opzioni di ogni governo.
Icesave: rendimenti interessanti, sostegno incerto
Icesave offriva conti di risparmio online nel Regno Unito e nei Paesi Bassi, con tassi competitivi. Quando Landsbanki collassò, i suoi clienti persero temporaneamente l’accesso ai fondi e si aprì una disputa su come coprire i depositi. I governi britannico e olandese rimborsarono i propri risparmiatori e chiesero all’Islanda il rimborso dei costi corrispondenti. Il conflitto mise in primo piano la differenza tra l’esistenza formale di un sistema di garanzia e la capacità effettiva di un fondo o di uno Stato di intervenire quando fallisce un istituto di grandi dimensioni.
La controversia ebbe anche una dimensione giuridica e politica. Nel 2013, la Corte dell’Associazione europea di libero scambio (AELS) stabilì che l’Islanda non aveva violato l’obbligo di garantire i depositi nella forma contestata nel procedimento. La sentenza non va confusa con l’affermazione che nessun cliente abbia subito danni, né con la conclusione che tutti i depositi fossero privi di protezione. Le richieste di rimborso, i pagamenti ai risparmiatori e le responsabilità contestate tra i Paesi erano questioni collegate, ma non identiche.
Cosa rivela l’episodio per le imprese
Per le imprese, la crisi islandese mette in luce un rischio che può restare nascosto durante i periodi di espansione: l’abbondanza di finanziamenti non equivale a finanziamenti stabili. Un istituto può sembrare solvibile finché riesce a rinnovare il debito e ad attirare depositi, ma questa dipendenza diventa critica se i mercati si chiudono o i clienti ritirano i fondi. La combinazione di crescita rapida, leva finanziaria e obblighi in diverse giurisdizioni può trasformare un problema di liquidità in una crisi sistemica.
Icesave aggiunge una dimensione pratica: il tasso d’interesse offerto, da solo, non informa sulla solidità del sostegno. Nei prodotti finanziari transfrontalieri è importante individuare quale istituto riceve il deposito, quale sistema di garanzia si applica e quale sia il suo ambito territoriale e giuridico. L’esperienza islandese non consente di concludere che un rendimento elevato comporti automaticamente un rischio inaccettabile; mostra però che le condizioni di protezione e la capacità di intervento possono essere decisive quando l’istituto fallisce.
L’episodio non offre neppure una ricetta universale per i salvataggi bancari. L’Islanda affrontò una crisi in cui le passività delle sue banche superavano ampiamente le dimensioni della sua economia e adottò una risposta propria, con i relativi costi e conseguenze. La principale lezione per le imprese è più circoscritta: valutare il rendimento senza considerare i finanziamenti, la leva finanziaria e il quadro di protezione significa trascurare elementi essenziali del rischio.